Mostellaria (original) (raw)

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Mostellaria-La commedia del fantasma-
Commedia
Incipit della commedia in un manoscritto del XV secolo con le 20 commedie plautine
Autore Tito Maccio Plauto
Titolo originale Mostellaria
Lingua originale Latino
Genere Palliata
Ambientazione Ad Atene, tra la casa di Teopropide e quella di Simone
Personaggi
Teopropide, vecchio padrone di casa Filolachete, figlio di Teopropide Tranione, schiavo di città Grumione, schiavo di campagna Callidamate, migliore amico di Filolachete Filemazio, flautista e prostituta, amante di Filolachete Fanisco, schiavo di Callidamate Pinacio, schiavo di Callidamate Delfia, prostituta amante di Callidamate Simone, vicino di casa di Teopropide Scafa, serva e amica di Filemazio Misargiride, usuraio Sferione, servo
Manuale

La Mostellaria ((Commedia) del Fantasma) è una commedia di Plauto, inserita nel ciclo della beffa.

La Mostellaria è una delle più note commedie di Plauto, e una delle più famose a noi pervenute dall'epoca romana. Essa presenta, nel contesto di una trama tutto sommato semplice, gran parte degli elementi fondamentali della comicità plautina: motori della vicenda sono infatti l'inganno, i vizi umani e le astuzie di un servus callidus, uno schiavo furbo che tenta di volgere gli eventi nefasti a proprio favore. Viene dunque satirizzato il mos maiorum, in quanto molti personaggi rappresentano veri e propri capovolgimenti delle virtù tradizionali romane. Per enfatizzare questa componente, la commedia si svolge ad Atene: ai tempo di Plauto, la società greca veniva vista come dissoluta e piena di vizi, del tutto contrapposta alla morigeratezza di quella romana; nel testo si fa infatti largo uso del termine pergraecari, ossia "gozzovigliare alla maniera greca". La narrazione è inoltre piena di battute a doppio senso ed oscene, spesso di difficile traduzione. Non si conosce l'anno esatto di composizione: gli studiosi datano il dramma tra il 200 e il 190 a.C., periodo di maturità dell'autore.

I personaggi della commedia sono dinamici, irriverenti, talvolta volgari. Ogni personaggio ha dietro di sé uno studio psicologico approfondito, che spesso si palesa nel lessico che adopera o addirittura nell'etimologia del nome che porta; i personaggi sono infatti dotati di nomi parlanti, tipici della commedia plautina.

L'intero dramma si svolge nella città di Atene, in un ricco quartiere tra il Pireo e l'agorà.

Nel cortile della casa Tranione e Grumione litigano, riassumendo i fatti accaduti nelle ultime settimane: Teopropride, padrone di entrambi, è partito per l'Egitto lasciando il figlio Filolachete da solo; questi ha approfittato dell'assenza del padre per darsi a una vita smodata, sperperando il patrimonio di famiglia. Lo stesso Filolachete, in un monologo, racconta quanto fosse assennato in precedenza, e come adesso sia stato corrotto dalla propria avidità. Il giovane si nasconde per spiare Filemazia, che si sta facendo bella per un banchetto cui prenderà parte con Filolachete, il suo amico Callidamate e l'amante di questi, Delfio. Scafa, la sua serva, non perde occasione di manifestare il proprio astio nei confronti di Filolachete, mettendo in evidenza l'ingenua vanità di Filemazia. Filolachete interviene per zittirla, poi con l'amante raggiunge gli altri amici e dà inizio al banchetto.

Mentre i presenti fanno festa sopraggiunge Tranione, il quale ha appena appreso del ritorno di Teopropide. Filolachete si dispera al pensiero di affrontare la collera di suo padre, ma l'astuto servo ha un'idea: sbarra la porta di casa chiudendoci dentro i banchettanti e corre incontro a Teopropide, al quale racconta che la dimora è infestata dal fantasma di un uomo ucciso molti anni prima dal precedente padrone: il vecchio crede alle sue parole e scappa terrorizzato.

Tranione ritrova Teopropide nell'agorà, e dissipa con abilità tutti i dubbi nutriti dal vecchio. I due si imbattono poi nell'usuraio Misargiride, il quale aveva prestato a Filolachete il denaro per riscattare Filemazia; questi pretende dal servo che il debito venga ripagato subito e con forti interessi. Venuto così a sapere del prestito, Teopropide fiuta l'inganno; Tranione gli fa allora credere che i soldi siano serviti a comprare una nuova dimora, in sostituzione di quella vecchia ormai resa inabitabile dal fantasma. Teopropide ci casca di nuovo, e si lascia portare dal servo in quella che viene spacciata per la casa acquistata da Filolachete; in realtà essa appartiene al ricco ma ingenuo Simone. Tranione riesce a ingannare anche quest'ultimo, facendogli credere che si tratti di una visita di cortesia.

Teopropide si dichiara contento della casa acquistata, ed elogia suo figlio e Tranione. Dopo che questi si è allontanato, tuttavia, il vecchio incontra per caso Fanisco e Pinacio, schiavi di Callidamate, che si lamentano di non riuscire a raggiungere il loro padrone chiuso nella casa di Filolachete. Parlando con loro, Teopropide scopre finalmente tutti gli inganni di Tranione e decide di vendicarsi.

Tranione si rende conto di non poter più nascondere il suo inganno: dopo aver fatto fuggire Filolachete e gli altri banchettanti, si prepara ad affrontare la sua punizione. Teopropide arriva armato di frusta e si mette a inseguire Tranione, ottenendo la sua piena confessione. In quella sopraggiunge Callidamate: facendo leva sul sentimentalismo di Teopropide, ottiene il perdono di Filolachete e Tranione. Ristabilita la pace, Teopropide annuncia la fine della commedia e chiede al pubblico di applaudire.

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