Tuta (original) (raw)
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Una tuta indossata da Thayaht nel 1920 (Foto Salvini, Firenze ).
Enrico Novelli e redattori de La Nazione in tuta, luglio 1920
La tuta è un capo di vestiario che ricopre tutto il corpo, solitamente costituito da un solo pezzo, utilizzato per la protezione degli abiti e della persona che lo indossa come motociclisti, vigili del fuoco, operai, aviatori, militari. Il termine più in generale può indicare l'abbigliamento sportivo composto da blusa e pantaloni indossato dagli sportivi nei momenti di riposo. Tipi particolari di tute realizzate con tecnofibre e materiali speciali vengono prodotti per le esigenze di settori specifici come il campo militare, l'aeronautica o lo sport.
La tuta è l'abito «_estivo sintetico-economico_»[1] ideato nel 1920 dal pittore e scultore futurista fiorentino Thayaht, pseudonimo di Ernesto Michahelles, che ne coniò anche il nome. Il vestito, ispirato agli abiti dei meccanici dell'epoca, era di aspetto essenziale e formato da un unico pezzo, dotato di sette bottoni, tasche e cintura e concepito per essere indossato tutti i giorni; era di semplice realizzazione ed economico in opposizione alla moda borghese del tempo. L'economicità di fattura della tuta era fatto importante per via dell'innalzamento dei prezzi delle stoffe degli anni post-bellici e del costo dei sarti.[2] Il nome tuta, inventato da Thayaht stesso, non fu mai spiegato dall'artista ma in un volantino apparso su La Nazione a firma dell'autore si legge che «La consonante perduta si ritrova nella forma stessa della tuta, che ha appunto la forma della t».
La creazione della tuta seguì una moda già americana -che ebbe poco seguito- di risolvere l'alto costo degli abiti tradizionali indossando tute da lavoro in ogni occasione; in Francia la trovata americana trovò un eccentrico sostenitore in un redattore de Le Petit Parisien che circolava abbigliato da chaffeur; negli stessi giorni il quotidiano fiorentino La Nazione, in una campagna contro l'alto costo della vita, lanciò l'idea di un abito universale di tela grezza che per semplicità di confezione potesse essere facilmente realizzato in casa.
Il pittore fiorentino Thayaht, reduce dalla collaborazione con la stilista francese Madelaine Vionnet, nota per i tagli “in sbieco”, per la quale disegna abiti e gioielli,[3] diede seguito all'idea realizzando un vestito dal taglio semplicissimo ma elegante che traeva spunto dagli abiti dei meccanici. I modelli a linee rette della tuta furono pubblicati da La Nazione riscontrando un grande successo di pubblico: la nuova creazione fu indossata, oltre che dal Thayaht, dai redattori del quotidiano e un gruppo di intellettuali (Ugo Ojetti, Antonio Maraini, Libero Andreotti),[4] perlopiù artisti, e in pochi giorni i tutisti si moltiplicarono inondando Firenze di gruppi di giovani uomini e donne abbigliati con il nuovo abito universale.
La tuta di Thayaht tuttavia non riscosse un duraturo successo nell'abbigliamento quotidiano; destò grande curiosità nell'estate del 1920 ma non ottenne l'applicazione permanente che il suo creatore si era ripromesso di raggiungere. La tuta proseguì la sua carriera come capo protettivo destinato al mondo del lavoro, in particolare all'industria metalmeccanica dove l'operaio prese l'appellativo di tuta blu.
- ↑ Bruno Giordano Sanzin, Lo scultore futurista Ernesto Thayaht, in Futurismo, Anno II, N. 20, Roma, 22 gennaio 1933.
- ↑ Il Mondo, 1920, p. 7
- ↑ Gallerie degli Uffizi
- ↑ Federica Mabellini, La tuta, invenzione futurista lanciata insieme al giornale, su La Nazione, Monrif S.p.A., 1º maggio 2009.
I "tutisti", in Il Mondo rivista settimanale illustrata per tutti, Anno VI, N. 25, Milano, Casa Editrice Sonzogno, 11 luglio 1920.
La Tuta di Thayaht, su Le Gallerie degli Uffizi, Le Gallerie degli Uffizi.
Tuta, in Treccani.it – Enciclopedie on line, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
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